Roman Ondák

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Roman Ondák

Born 1966, Žilina, Slovakia
Lives and works in Bratislava, Slovakia

Roman Ondák takes a particular interest in the less obvious details of everyday life, which he homes in on and transfers into an artistic context. Using sculpture, installation, video, and performance, the artist disorients the public, deploying subtle tricks (or devices) to attract attention to something or someone that would otherwise go unnoticed. He also utilizes the same mechanism to tackle the exhibition spaces themselves, exploring the venue and altering both its architectural logic and habitual dynamics.
In Tickets, Please, the artist uses repetition to subvert a common experience. The photos, taken during a performance, show the table at the entrance to the museum where visitors normally pay for admission. Yet sitting behind the table is a young boy who asks for only half the ticket price. On the upper floor, the artist reconstructs the situation but with the ticket desk manned by the boy’s grandfather, generating not only a spatial shift but also a generation gap. Given the time it takes to get from one part of the venue to the other, visitors also experience a time lapse between the two payments.
The same temporal disorientation characterizes the work Silence, Please, which dates to a few years previously. In this performance, a museum guard, when in the room, wears a uniform based on the models used in the year the wearer was born. This piece tackles the paradoxical coexistence of presence and absence: the physical presence or otherwise of the performer and the metaphorical quality of the time differences evoked.

Nato a Žilina, Slovacchia, nel 1966
Vive e lavora a Bratislava, Slovacchia

Roman Ondák s’interessa in particolare ai dettagli meno appariscenti agli aspetti più ordinari della vita quotidiana, che trasferisce poi in un contesto artistico. Con sculture, installazioni, video e performance, l’artista disorienta il pubblico, attuando dei sottili inganni (o artifici), che permettono di attirare l’attenzione su qualcosa o qualcuno che altrimenti non verrebbe notato. Questo meccanismo è utilizzato anche negli spazi espositivi, dove Ondák esplora, modificandole, sia le logiche architettoniche sia le dinamiche abituali dell’istituzione museale.
In Tickets, Please (Biglietti, prego) l’artista cambia la prospettiva tradizionale, grazie all’espediente della ripetizione. Le foto sono state scattate durante una performance. Dietro un tavolo, posizionato all’entrata del museo, dove normalmente si paga l’ingresso alla mostra, è seduto un ragazzino che chiede metà del costo del biglietto. Al piano superiore del museo, l’artista ricostruisce esattamente la stessa situazione, ma a chiedere l’importo mancante del biglietto è il nonno del ragazzino, ciò che crea uno scarto non solo spaziale, ma anche generazionale. Il visitatore percepisce inoltre un disorientamento temporale, poiché impiega del tempo per spostarsi nello spazio espositivo.
Il medesimo disorientamento temporale caratterizza anche Silence, Please (Silenzio, prego), un’opera di qualche anno prima. Questa performance prevede che un sorvegliante del museo, quando è presente in sala, indossi un’uniforme fatta come i modelli che si usavano nell’anno di nascita del sorvegliante che la indossa. La performance affronta inoltre la coesistenza paradossale di presenza e assenza: quella fisica del performer e quella metaforica, data dalla lontananza temporale.

Project: Soleil politique

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